Il paese dell’incontrario

Prendo spunto dall’intervento di Alfonso Isinelli, “Si ricomincia da Parigi?”, per fare alcune considerazioni sul caso italiano. Innanzitutto, sono d’accordo sul fatto che quello di Hollande è il classico programma socialista: più tasse ai banchieri e agli speculatori, condizioni più favorevoli per lavoratori e pensionati, istituzione di banche pubbliche, milioni di alloggi e posti di lavoro, finanziamenti alla scuola pubblica e alla ricerca scientifica, diritto di eutanasia. Un’eventuale vittoria dei socialisti in Francia, con un programma di tale portata, non potrebbe non avere ripercussioni sulla politica europea e italiana. E se la ricetta dovesse anche funzionare, gli effetti si moltiplicherebbero. In particolare, non potrebbe restare indifferente agli eventi d’Oltralpe il Partito Democratico, da sempre in cerca di identità. Vero è che, se girasse il vento in quella direzione, personaggi come Enrico Letta e Giuseppe Fioroni potrebbero sentirsi fuori posto. Ma che dire di D’Alema, l’uomo forte del partito? È in genere indicato come un esponente dell’ala socialdemocratica. Però, cerca insistentemente una sponda al centro, non meno degli ex democristiani. Riferendosi al socialismo, ha dichiarato con nonchalance che «si è conclusa una storia e bisogna costruire su basi nuove un profilo progressista» e che «l’Internazionale socialista riflette un mondo che non c’è più». Un’opinione lecita, se non fosse che il rottamatore del socialismo è attualmente… vicepresidente dell’Internazionale Socialista!

È vero che D’Alema non rinuncia al termine “riformismo”, ma se guardiamo a cosa intende con questo termine, le nostre perplessità non possono che aumentare. Per esempio, durante una partecipazione a “Porta a porta”, si è fatto vanto di essere più liberista della destra. Ha rivendicato di avere fatto più riforme di tutti, per poi chiarire che le riforme di cui si fregia sono le privatizzazioni e lo smantellamento dell’IRI. Non bastasse, con la Legge 62/2000, proprio il suo governo ha aperto la strada al finanziamento delle scuole private, per lo più cattoliche, sottraendo risorse alla scuola pubblica e tradendo la lettera del dettato costituzionale («Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»). Per non parlare poi del cosiddetto “decreto salvabanche” del 23 luglio 1999, sempre ascrivibile al suo governo, convertito in legge in tempi record, il 4 agosto – con gli italiani sotto gli ombrelloni e i banchieri evidentemente trepidanti dietro le scrivanie. Dulcis in fundo, la guerra alla Serbia che, giusta o ingiusta che fosse, abbiamo combattuto quasi in solitudine – con gli altri paesi europei che stavano a guardare – e senza passare per un voto del Parlamento. Cosicché, i nostri soldati non sapevano se avevano un Paese alle spalle o se ci andavano di loro iniziativa a bombardare Belgrado. D’altronde, come disse Cossiga, solo un partito militare come l’ex PCI poteva fare ciò che nemmeno Washington osava chiederci, data la nostra posizione di paese confinante. Anche su questo episodio, lo stesso D’Alema conferma che siamo il Paese dell’incontrario: «Era buffo che avessimo un moderato come Dini che garantiva i serbi e un comunista come me che garantiva gli americani». Buffo, davvero.

In breve, D’Alema ha fatto personalmente le “riforme” che avrebbe voluto fare la destra liberista, atlantica e clericale – diventando così il più affidabile politico agli occhi dei poteri forti: banche, USA, Vaticano. Capisco che in politica si debba talvolta scendere a compromessi, ci mancherebbe, ma qui è successo l’incredibile: la “sinistra” ha realizzato il programma della “destra”. E se ne vanta pure.

In altre parole, siamo di fronte alla più perfetta distorsione del concetto di riformismo. Distorsione dovuta a un clima politico, non solo al machiavellismo di D’Alema (al quale deve essere comunque riconosciuta intelligenza e abilità politica, visto che ha fatto quello che ha fatto senza perdere per strada l’elettorato). Fino all’esplodere della crisi, infatti, girava voce che i liberisti fossero riformisti e gli antiliberisti conservatori. Del capovolgimento terminologico-concettuale, resta traccia in Wikipedia: «Per decenni poi il termine [riformismo] è stato sinonimo di socialdemocrazia… [poi] essere riformisti ha significato più che altro proporre riforme graduali, di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali si sono proposti come sostenitori delle riforme più radicali, tanto che, di fatto, essi sono conservatori solo nei valori, ma non certo nelle politiche pratiche».

Se riformismo significa smantellare lo stato sociale, svendere il patrimonio pubblico ai privati, mettere i risparmiatori in mano agli speculatori finanziari, togliere tutele ai lavoratori, finanziare le scuole cattoliche, bombardare i vicini di casa, indebolire i sindacati, ecc., allora siamo davvero arrivati al capolinea della sinistra. Invece, guardando al programma francese, improvvisamente ricordiamo che riformismo non significa “cambiare tanto per cambiare”, ma utilizzare metodi democratici per ottenere giustizia sociale e libertà civili. Tenendo fermo questo significato, le politiche messe in campo dai liberisti rappresentano una “controriforma”. Mentre, l’opposizione alla controriforma non è una battaglia di retroguardia. È coerenza. Una volta conquistate certe posizioni sociali, è naturale che si debbano difendere. Per questo, trovo il termine “socialista” meno equivoco del termine “riformista”.

A completamento del paradosso, abbiamo oggi Giulio Tremonti, già uomo di punta dei governi berlusconiani di centrodestra, che sottoscrive proprio il programma di Hollande. E gli va riconosciuto il fatto che non si tratta di una conversione dell’ultim’ora. Sono anni che fa gli stessi discorsi, in posizione scomoda non solo all’interno della vecchia maggioranza, ma anche all’interno di un istituto come l’Aspen, che ha tutt’altro orientamento. Riassumendo: il vicepresidente dell’Internazionale Socialista evita di definirsi socialista e capovolge anche il significato del termine “riformismo”, mentre il presidente dell’Aspen Institute Italia, si richiama al socialismo e tifa Hollande. Diciamo che agli Italiani non piace la banalità. Una sinistra che fa la sinistra e una destra che fa la destra sarebbe la perfetta esemplificazione della noia del posto fisso.

Riccardo Campa

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

One thought on “Il paese dell’incontrario

  1. Post scriptum. Ieri a Rapporto Carelli, su Sky, l’onorevole D’Alema ha dichiarato che per la corsa all’Eliseo sostiene convintamente il socialista Hollande. Il conduttore e l’ospite Sergio Romano sono parsi piuttosto sorpresi. Al che D’Alema ha spiegato che Hollande non e’ affatto un estremista, che lo conosce personalmente da molti anni, da quando il candidato presidente era segretario del Partito socialista francese e lui stesso segretario del Pds, e che – dulcis in fundo – lui e’ di sinistra e dunque e’ naturale che si schieri a fianco del candidato socialista… In effetti e’ naturale, normale, non fa una grinza, tanto che non dovrebbe nemmeno richiedere spiegazioni. Ma la perplessita’ dei presenti in studio e (probabilmente) di non pochi telespettatori la dice lunga. Deriva da quanto abbiamo riportato sopra. Sarei pronto a scommettere che non tutti nel PD hanno fatto i salti di gioia alla dichiarazione di sostegno nei confronti di Hollande e cio’ confermerebbe il sospetto che in quel partito c’e’ un vizio d’origine. Tuttavia, guardiamo il bicchiere mezzo pieno e non quello mezzo vuoto, e salutiamo con un sospiro di sollievo le dichiarazioni dell’onorevole D’Alema. Sperando che alle parole seguano i fatti. Ovvero che il PD abbia il coraggio di darsi lo stesso programma politico dei socialisti francesi e di proporlo ad una coalizione di centro-sinistra alle prossime elezioni.

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