Il rottamatore e il debito dei nonni

L’ho già detto, e lo ripeto: in quest’epoca di imbonitori da fiera, Renzi ha un grande merito: non gioca la carta unta e bisunta dell’anti-politica. Un bello schiaffo morale per Di Pietro e Bossi, che invece quella carta l’hanno giocata fino all’esasperazione, ma con indubbio talento – come il giocatore d’azzardo che col poker si paga la cena, la macchina di lusso e le amanti. L’asso nella manica di Renzi è il giovanilismo. È un colpo di genio. La fortunata formula berlusconiana, “politici = parolai e corrotti; imprenditori = uomini del fare e onesti”, diventa “politici della vecchia guardia = conservatori; politici della nuova generazione = novità, cambiamento”. E tuttavia questa formula, efficace nei comizi su youtube, può rivelarsi un boomerang. È giusto, anzi sacrosanto, che una storia politica nuova la scrivano “i pionieri, non i reduci”. Giusto, anzi sacrosanto, pensionare i dinosauri che hanno inanellato una sconfitta dopo l’altra. Giusto, anzi sacrosanto, mandare avanti le nuove leve. Uno dei mali italiani è la vischiosità di élites mummificate, che trasmigrano e si reincarnano di continuo. Ciò detto, nessuna epurazione generazionale riformerà il sistema-Italia.

E qui va segnalato un pericolo: tra il giovanilismo e la demagogia c’è quella che gli inglesi chiamano una fine line, una linea sottilissima. E Renzi corre il rischio di oltrepassarla. Ora, se io dico “i nonni politici ci hanno lasciato un debito allucinante”, punto il dito contro una generazione intera. Se voglio riformare l’Italia, l’ultima cosa che devo fare è riciclare un atavismo della psiche nazionale: la ricerca di un capro espiatorio. “Noi giovani innocenti di qua. I vecchi che ci hanno lasciato la zavorra di là.” Una formula declinabile in tanti modi (“il popolo italiano senza pecche di qua; i politici ladri e i sindacalisti fannulloni di là”). Così non avremo un’autocritica collettiva, preludio a un’operazione verità.

Con Renzi c’è una metamorfosi: la colpa non è più solo di Craxi e del CAF, come pensavano i comunisti, bensì di un’intera stagione della nostra Repubblica. Ammesso (e non concesso) che il debito pubblico sia la madre di ogni calamità, solo un folle — o un politico in campagna elettorale — può dire impunemente che i politici della Prima Repubblica hanno “rubato” e/o dilapidato l’equivalente del nostro attuale PIL. Renzi non lo dice, ma il suo “j’accuse” porta dritto filato in quella direzione. Il debito non è la somma aritmetica di ruberie e di sprechi (che pure ci sono stati). I politici hanno distribuito allegramente denari e favori alle loro clientele: ai baby pensionati, ai falsi invalidi, ai dipendenti pubblici in eccesso. E, al tempo stesso, non hanno messo le mani in tasca a chi le aveva piene zeppe di banconote: gli evasori fiscali — ce n’é a bizzeffe tanto a destra quanto a sinistra: l’intera riviera romagnola, per esempio, è stata costruita sull’evasione!

Autocritica collettiva vuol dire chiedersi: quanti italiani, nonni e nipoti, hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità? Negli anni ’70 e ’80 – quando il debito subì un’impennata – i nostri concittadini avrebbero forse votato per un partito che avesse promesso lacrime e sangue? Detto brutalmente: avevamo e abbiamo la classe politica che ci meritiamo. Per voltare pagina, dobbiamo essere severi con noi stessi. Siamo finalmente disposti ad assumerci le nostre responsabilità? Accollandoci tutti quanti la nostra parte di debito, secondo giustizia? Il discorso non è solo generazionale. È senz’altro vero che i giovani, oggi, sono i più esposti alle bufere. Ma quanti “vecchi” si sono sacrificati, lavorando sodo, senza ricevere le sinecure di cui si vocifera? Se sono privilegiati un metalmeccanico, un maestro elementare, una commessa, che, dopo una vita di lavoro, sbarcano il lunario con una pensione di 1.400 euro al mese, in un modesto appartamento di periferia, allora l’Italia è un Paese del terzo mondo!

La verità è che alcuni – non tutti – gli italiani pagano per i privilegi (non i diritti) acquisiti da altri italiani. L’interclassismo a volte gioca brutti scherzi. Un’ottica di interesse nazionale, senza giustizia sociale è orba. Cos’è, in fondo, il debito pubblico? Un’operazione contabile che documenta il trasferimento di ricchezza dallo Stato ai privati. Oggi dobbiamo compiere l’operazione inversa. Ma non col machete dei tagli lineari. È meglio il bisturi: togliamo a chi ha beneficiato di più negli anni d’oro (i grandi patrimoni e le rendite costruite con l’elusione e l’evasione fiscale). Ristabilito un minimo di giustizia, allora sì che l’interclassismo (“apparteniamo tutti alla stessa comunità di destino”) diviene una forza propulsiva per il rinnovamento. Se viaggiamo tutti sulla stessa nave — chi in prima classe, chi in seconda –, ognuno deve pagare il biglietto secondo le proprie possibilità e secondo i servizi che riceve: basta con il sistema pensionistico più generoso al mondo (qui Renzi ha ragione), basta con l’assenteismo e la bassa produttività nelle fabbriche e negli uffici pubblici, basta con l’assistenzialismo e le finte pensioni di invalidità. E basta, infine, con l’evasione fiscale: se in passato tutti avessero pagato le tasse, oggi il debito sarebbe la metà di quello che è. Gli italiani devono farla finita con la cultura dell’illegalità (vizio di imprenditori, liberi professionisti e commercianti) e con la cultura dei diritti senza doveri (vizio dei dipendenti, pubblici e privati).

Voltiamo pagina, dunque. Ma, per favore, non demonizziamo la nostra storia. L’Italia è in crisi permanente, ma non è il Paese peggiore al mondo. I politici-nonni hanno fatto anche cose egregie per i loro nipoti. Stiamo attenti, caro Renzi, a non frantumare l’Italia con un giovanilismo esasperato. Non aggiungiamo un’altra dicotomia – vecchi e giovani – a quelle che abbiamo già: politici e popolo; corrotti e onesti; settentrionali e meridionali; imprenditori e lavoratori a reddito fisso; lavoratori in regola e precari; italiani e immigrati. Abbiamo bisogno — come l’ossigeno — di una “narrativa nazionale”, inclusiva, fondata su un patto tra le tante anime della società italiana. Dio solo sa quanto l’Italia, oggi, abbia bisogno di coesione e di equità. L’una cosa è impensabile senza l’altra.

Edoardo Crisafulli

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

One thought on “Il rottamatore e il debito dei nonni

  1. D’accordo sul messaggio di Edoardo. Ma aggiungerei qualcosa. Come diceva un grande sociologo americano, Robert K. Merton, prima di investire energie per capire quali sono le cause di un problema o le possibili soluzioni, bisognerebbe verificare se il problema esiste davvero. Ora, circola questa idea che il debito pubblico che ci grava sulle spalle lo abbiamo ereditato dalla Prima Repubblica, ma questo e’ un mito. Anzi, una balla colossale. Lo dimostra numeri alla mano Oscar Giannino in questo video: http://www.youtube.com/watch?v=PwP2aaWvM2Y (questo e’ un video che dovrebbe essere condiviso e fatto girare in tutta la rete). In sintesi, meta’ del debito pubblico italiano e’ stato creato dai governi a guida Berlusconi nella Seconda Repubblica. Berlusconi e’ riuscito nell’impresa titanica di creare piu’ debito di tutti i governi precedenti, da De Gasperi al crollo del muro di Berlino. E’ arrivato a creare fino 330 milioni di euro al giorno di debito! Se c’e’ stato un minimo contenimento negli ultimi 17 anni e’ venuto dalle azioni dei governi di centro-sinistra. E per fortuna c’era Tremonti a mettere un freno a Berlusconi, durante i governi di centro-destra, altrimenti chissa’ dove saremmo. Tutto questo lo dice il mercatista Giannino, che non puo’ essere certamente sospettato di simpatie sinistrorse. Anzi, lo dicono i numeri che non hanno alcuna tessera politica.

Rispondi a Riccardo Campa Annulla risposta